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Avidità

 

L’avidità sarà sempre come un ago di ghiaccio nelle pupille.
Luis Sepúlveda nelle “Rose di Atacama”

L’avidità fa comprare le cose che il denaro può comprare
e fa perdere quelle che il denaro non può comprare
Laurence J. Peter

avidità-lavoro-di-gruppoEtimologicamente avidità deriva da aveo, desiderare ardentemente. Da notare anche che la radice sanscrita di aveo (avati) significa amare (vedi: ‘ave’), a proporre un collegamento suggestivo tra avidità e amore.
Per Avidità si intende quindi il desiderio di accrescere il proprio “possesso” (nel senso più generale possibile del termine), da non confondere con l’avarizia, che riguarda invece la conservazione meticolosa di ciò che già si possiede.
L’avidità è una delle componenti del Capitalismo e secondo alcuni studiosi moderni è anche una delle cause della crisi economica moderna.
In tanti oggi ci chiediamo: cosa può spingere un uomo a continuare ad accumulare ricchezze, denaro, potere, anche quando quello che ha può bastare per almeno 10 vite? Quale velenosa brama può far sì che un essere umano usi tutti i mezzi possibili, leciti e illeciti, per possedere ancora, sempre di più?

Nella storia
Cicerone (106-43 a.c.), in uno scritto sul Desiderio di gloria e avidità di ricchezze (Latina lectio), metteva in contrapposizione l’avidità d’argento, del lusso dell’arredo o degli eccessi della tavola ai valori degli avi, (Romolo, Scevola, Bruto…) spinti dal coraggio per fondare una repubblica basata su ciò che è nobile e lodevole.
Nelle favole di Fedro ed Esopo vi sono diversi racconti che narrano come l’avidità si possa ritorcere contro chi ne è posseduto, come nella storia del cane con la carne in bocca che, spinto dal desiderio di possedere anche quel pezzo di carne che vedeva in bocca ad un altro cane, mentre si specchiava nel fiume, non accorgendosi che quello era solo il suo riflesso, lasciò andare il proprio pezzo, perdendolo nell’acqua corrente. Ne voleva due, ed è rimasto senza nulla!
Dante collocava nel 3 cerchio la punizione per l’avidità, riferita in particolare ai peccati di gola, ma anche di vista e olfatto… L’avidità del guardiano Cerbero, che dilania i dannati, immersi nel fango maleodorante sotto una pioggia incessante di grandine e neve, non è che il riflesso dell’avidità e ingordigia che caratterizzò la loro vita (La Divina Commedia, 1304-1321).
Evidente quindi che l’avidità raccoglie una condanna morale, che si traduce in colpa e punizione nel mondo occidentale.
In Oriente, troviamo un’avidità che raccoglie astinenza, inquietudine e quindi deficit o immaturità
L’Avidità, in giapponese gaki, è una condizione in cui dominano i desideri. In origine il mondo di Avidità era considerato un regno abitato dagli spiriti dei morti sofferenti d’inedia, come retribuzione per l’avidità e l’egoismo mostrati da vivi: erano rappresentati con pance gonfie e gole sottili come aghi. Nichikan Shonin, negli Insegnamenti del Triplice Segreto, dice: “L’Avidità è un luogo posto cinquecento yujin sotto il mondo umano” (siamo intorno al 1250).

Avidità e desideri
I desideri però sono la forza che spinge la vita, da quello semplice di continuare a vivere, a quelli di cibo, di sonno, di amore, di sesso, di giustizia sociale…
Tanti sono i desideri di cui è formata la vita quotidiana, mentre senza desideri non saremmo motivati a intraprendere alcunché. Non avremmo sogni, non cercheremmo di migliorare la nostra vita, nè nel lavoro, né nella cultura, nè a stare meglio di salute, a comprarsi scarpe più comode, ecc.
I desideri sono necessari e strettamente legati alla vita, ma è indispensabile gestirli, mentre chi non vi riesce ne è invaso, ne è vittima e non potrà trarne soddisfazione a lungo.
Nell’Avidità succede esattamente questo: la persona è completamente dominata dai desideri ed è convinta che la sua felicità consiste proprio nella soddisfazione di questi, siano soldi, fama, potere, dolci… ma il problema è che non basta mai.
La soddisfazione, nell’avido, è infatti assai fugace e genera la necessità di nuovi appagamenti, come cambiare spesso lavoro, casa, macchina, partner. Quindi, nell’Avidità, la condizione psicologica è soggetta a una costante irrequietezza, una acuta voglia di felicità e di realizzazione personale, che si ritiene di poter raggiungere accumulando cose, esperienze, dati, informazioni, contatti…

L’Avidità nelle dipendenze
Lo stato di Avidità si manifesta anche in chi è alcolizzato, chi è drogato, chi soffre di disturbi alimentari come anoressia o bulimia, o in chi presenta il compulsivo bisogno di comprare cose, o il compulsivo bisogno di lavorare per accumulare soldi, quindi in chi ha problemi di dipendenza.
Spesso questi diversi disturbi si presentano contemporaneamente.
“Dopo le 22.00, ai tavoli da gioco rimangono solo i giocatori veri, disperati, per i quali non esiste che la roulette, che sono venuti solo per essa, che di nulla si interessano durante tutta la stagione, che non fanno altro che giocare dalla mattina alla sera e che sarebbero anche pronti a giocare tutta la notte sino all’alba, se fosse possibile… E si allontanano sempre con dispetto quando, a mezzanotte si chiude la roulette. E allorché il capo croupier, poco prima dell’ora fissata, annunzia “Les trois derniers coups, messieurs” (le ultime tre scommesse, signori !) sono talora capaci di perdere in queste tre ultime puntate tutto ciò che hanno in tasca, ed è proprio allora che subiscono le perdite peggiori” (Fedor Dostoevskij Il giocatore, tratto da R. Causton, I Dieci Mondi, esperia, Milano, 2004)

L’ossessione del desiderio è talmente forte da distorcere la realtà, ostacolando un chiaro giudizio della situazione contingente, come giocare anche se non si hanno soldi, comprare abiti anche se non sono della taglia giusta o se non si indosseranno mai: “l’amore cieco”.

Quale origine?
Sarebbe un errore pensare che l’avidità nasce semplicemente da un capriccio, da un vizio, da una cattiva abitudine, o da una cattiva educazione, o da valori morali distorti o carenti.
Alcuni cenni dei vari orientamenti.
Secondo Bauman (in vari scritti, tra cui Vita liquida), occorre tener conto del contesto sociale in cui ci troviamo: il Capitalismo ha creato un’economia immaginaria, che alimenta avidità, consumismo e debiti: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. L’impulso al consumismo, come l’impulso alla libertà in genere, annienterebbe la possibilità di soddisfarsi.
Su un piano affettivo, Freud e la psicoanalisi ci ricorda che l’avido cerca sicurezza nell’accumulo per scongiurare il pericolo di una scarsità, di un vuoto, che sente intollerabile tanto quanto il pieno.
Secondo alcuni, l’Avidità ha origine da frustrazioni o traumi nelle prime relazioni, in particolare con la madre, con cui stabilirebbe una modalità di interazione di tipo sado-masochistica.
Ed ecco una modalità avida a cui non siamo abituati a pensare:
secondo Antonio Mercurio, antropologo esistenziale, nello stato di Avidità la madre ruberebbe energie al figlio risucchiandolo e traendo da lui lo scopo della sua vita, anzichè dal proprio progetto del sé, oppure disponendo finalmente del figlio come soggetto totalmente in balìa della sua volontà.
Che i cosiddetti bamboccioni di oggi non siano anche vittime di questo processo, in cui non basta nemmeno una vita da vivere?
Rimandiamo un approfondimento ad altre sedi.
Per ora, vorrei ricordare che per uscire da questi circoli viziosi di sofferenza, una buona psicoterapia (ma a volte anche un percorso di biblioterapia, meglio se di gruppo) è certamente in grado di aiutarci a comprendere meglio la nostra storia, a ricollocarci nel nostro progetto personale, a recuperare una qualità della vita più soddisfacente.

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