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La Vergogna

 


vergognaIl termine deriva dal latino vereor e significa rispetto, timore rispettoso, con accento sulla motivazione che può scatenare la vergogna (il senso di rispetto).

In letteratura vengono descritti tre tipi di vergogna:
- da inadeguatezza, derivante dalla percezione di una nostra incapacità, inferiorità e impotenza;
- da violazione, conseguente a un attacco alla nostra privatezza, intimità o integrità, come senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati,
- morale, connesso al senso di colpa, per tradimento, viltà, violazione di altre norme morali.

Ne consegue il desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili, – un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati.
Solo il 3 tipo si associa alla possibilità di una riparazione, ad esempio attraverso la confessione, il risarcimento del danno, la riconciliazione col danneggiato.
I primi due sono schiaccianti e coinvolgono tutto l’essere, tutta la persona nella sua soggettività: il problema non è aver sbagliato, ma essere sbagliati.
Possiamo riconoscere un sentimento di vergogna dietro queste affermazioni, che raramente vengono dichiarate, ma sono più diffuse di quel che possiamo sospettare:

“Gli altri alla mia età hanno amici, sono sposati, hanno dei figli… Io no…per me non c’è speranza”
“Gli altri riescono a dire quello che non gli va bene, io invece no… fingo… e me ne accorgo solo dopo, quando qualcuno me lo fa notare…è terribile, me ne vergogno ma non ci posso fare niente.”

In genere il senso di vergogna ci assale quando improvvisamente diventano evidenti quei lati di noi che consideriamo sgradevoli, persino indecenti, o addirittura mostruosi.
Spesso la vergogna perde di intensità proprio quando diventa raccontabile, quando passa cioè dal piano sensoriale a quello del pensiero: arrivare a poter dire che si prova vergogna, capire cosa genera tale sensazione, può rappresentare l’inizio di quel percorso che porta al suo superamento, grazie all’accettazione, all’ironia, e magari anche all’autoironia liberatoria.

Lo sguardo dell’altro come caduta nel mondo
Interessante a questo proposito l’interpretazione filosofica di J.P. Sartre:
la vergogna nasce nell’essere esposti allo sguardo dell’altro, che rendendoci oggetto di osservazione, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.

“La vergogna, scrive Sartre, non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione d’altri per essere ciò che sono.
Il pudore e, in particolare, il timore di essere sorpreso in stato di nudità non sono che specificazioni simboliche della vergogna originale: il corpo simbolizza qui la nostra oggettività senza difesa. Vestirsi significa dissimulare la propria oggettività, reclamare il diritto di vedere senza essere visto, cioè di essere puro soggetto. Per questo il simbolo biologico della caduta, dopo il peccato originale, è il fatto che Adamo ed Eva capiscono di essere nudi.” (L’essere e il nulla)

Si tratta di un’emozione che potremmo definire episodica, in quanto tende a trasformarsi in altre emozioni simili: rabbia, colpa, invidia, ansia…

Il “ciclo vergogna-rabbia”
Parliamo di ciclo vergogna-rabbia in quanto, ad esempio:
- ci si vergogna di se stessi, di fronte all’ennesima volta in cui ci si accorge di essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro,
- tale vergogna produce una chiusura in se stessi, risentimento, invidia, rabbia, desiderio di vendetta verso l’altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente,
- questa rabbia feroce, aggressiva genera colpa, chiusura nella passività,
- ne consegue un aumento di vergogna.

Il ciclo quindi è un circuito vizioso che alimenta se stesso, con accessi del tipo tutto o niente (grande rabbia/grande impotenza/vergogna/grande rabbia…) e che non è facile interrompere volgendolo in circuito virtuoso.

La paura del contagio
Questa caratteristica rende la vergogna difficile da ascoltare (e quindi da accogliere e superare):
- chi prova vergogna, si vergogna di essersi vergognato, alimentando il proprio disagio;
- chi assiste, prova imbarazzo di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno vicino, fossero anche parenti o amici, di cui ci si vergogna e quindi si evitano.

Spesso per queste caratteristiche, la vergogna viene equivocata con altre esperienze emozionali, come per esempio la colpa o l’invidia, come se fossero più facili da affrontare.

Vergogna e colpa
“La colpa appartiene più al registro della trasgressione, mentre la vergogna a quello dello scacco, del non essere all’altezza” (Agnese Galotti ).
La colpa riguarda un comportamento, ed è un sentimento di autocondanna per un’azione appunto che non si doveva compiere, in base alle regole morali/senso del dovere/valori.
La vergogna invece riguarda la nostra identità, è un senso di avversione e di condanna verso il proprio sé, percepito come deficitario, imperfetto, inadeguato, quindi con un qualcosa che “non va”, che non è sempre facile da mettere a fuoco.

Alcuni esempi illustri
Nella letteratura dell’800 la vergogna non era incompatibile con la dignitià. Come ci ricorda Elisabetta Baldisserotto in “Leggere i sentimenti” (Moretti e Vitali 2011), Hester protagonista de “La lettera scarlatta” (1850), pur essendo sempre sottoposta al ludibrio generale per il peccato di adulterio commesso e che porta ricamato sul vestito, spicca comunque per nobiltà d’animo, tanto da farla emergere al confronto con gli altri personaggi; in Delitto e castigo, di Dostoevskij (1866), il protagnista segue un percorso simile, riscatta la propria dignità attraverso un percorso di espiazione e sofferenza.
Che la sofferenza conduca alla pace interiore, non appartiene più all’uomo post-moderno, per cui la dignità coincide sempre più con qualcosa di esteriore, come l’immagine sociale.
Emblematico diventa allora un personaggio come Herzog, protagonista dell’omonimo romanzo (1964) di Saul Bellow. L’uomo, professore universitario, viene all’improvviso abbandonato dalla seconda moglie che lo ha tradito col suo migliore amico. L’evento provoca un crollo emotivo da cui l’uomo non riesce a risollevarsi. Scrive lettere su lettere, mai spedite e a volte neppure scritte, assalito com’è dal bisogno di spiegare, senza riuscire a comunicare veramente, perchè “i pensieri gli schizzano da tutte le parti” (Baldisserottto, 2011). “Come in molti casi succede, la vergogna esercita un effetto inibente sulle sue pur elevate capacità intellettuali e creative, lo porta ad assumersi colpe non sue e a inasprire l’autocritica e l’autosvalutazione.” (Baldisserottto, 2011)
Come Herog ritroverà se stesso, riconciliandosi con quel nuovo se stesso che può divenire, ve lo lasciamo scoprire direttamente dalla lettura del libro. Basti qui evidenziare che è possibile rompere il ciclo della rabbia-vergogna per aprire le porte a qualcosa di nuovo.

Un invito a ripensare quindi alla responsabilità del nostro modo di guardare, in una relazione che diventi rispettosa, cioè che sappia ri-conoscere: noi stessi, l’altro, il mondo.
Ciò permetterebbe di ridurre, per quanto possibile, quell’”effetto Gorgone“(da gorgòs, spaventoso) di cui ci parlava già Omero, quando descriveva “lo sguardo che pietrifica” di Medusa, un terribile mostro femminile, divenuta immagine evocativa della sofferenza connessa al sentimento di vergogna.

Dott.ssa Barbara Rossi, psicologa psicoterapeuta

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