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Meglio lavorare in gruppo o da soli? Tu cosa voti?

 

Il gruppo, che sia banda, équipe, classe, o altro, da sempre ha affascinato gli studiosi.
Le varie correnti potrebbero essere riassunte in due filoni:

“meglio soli che male accompagnati”, per evitare la stessa sorte di quei bambini che seguivano affascinati il pifferaio magico; dall’altro “più teste lavorano meglio di una”.

Come facciamo allora a capire se è una buona strategia o no?

Dalla parte di chi boccia il lavoro di gruppo

Tra chi ritiene che il gruppo sia un pessimo modo di lavorare, o al limite senza valore aggiunto, vi è Hackman (1990), che si è occupato di mettere a confronto il team con il lavoro individuale. Ha individuato alcuni aspetti su cui riflettere:

1. I Gruppi ad alta prestazione non sono la regola, e spesso al loro interno vi troviamo persone con abilità variabili dal più competente al meno capace (in altri termini, c’è spesso qualcuno secchione e qualcuno ”scaricabarile”). .

2. Le persone in gruppo sono dispersive, tendono a perdere tempo rimandando il raggiungimento degli obiettivi, e non solo.

3. I gruppi soffrono spesso di spirali negative discendenti. Avete mai conosciuto un gruppo in cui non si è mai litigato o discusso? È veramente difficile!
Si crea una sorta di contagio, per cui le negatività dell’uno finiscono per influenzare le negatività degli altri.

In realtà i motivi che possiamo immaginare o raccontare, sul perchè è meglio un lavoro individuale, sono molteplici.
Sentiamo l’altra campana.

Dalla parte di chi promuove il lavoro di gruppo.

1. Più teste ragionano meglio di una.
È noto che una delle forze del gruppo è proprio quella di stimolare la creatività collettiva, (non solo i singoli sono creativi ma anche il gruppo) secondo principi che nulla hanno a che vedere con la psicologia, la pedagogia, o comunque le caratteristiche individuali.

2. l’economicità del gruppo.
In gruppo veniamo messi a confronto con modelli diversi, che ci obbligano a confrontarci con elementi e aspetti che altrimenti avremmo tranquillamente ignorato. O mai conosciuto. Per cui “la crescita” dei protagonisti ne risula accelerata, pur nel rispetto dei tempi singoli. Pensiamo ad esempio al valore che rappresenta la scuola materna per un bambino: può confrontarsi con esempi di altri bambini, e ciò che accade è che il bimbo acquisisce più velocemente delle competenze rispetto ai coetanei che restano sempre a casa.
D’altra parte, se le persone non avessero appreso dall’esperienza di chi ci ha preceduto, forse saremmo ancora all’epoca della clava!

3. la condivisione dell’obiettivo e l’efficacia
Condividere l’obiettivo è sicuramente uno sforzo che necessita il suo tempo di lavorazione. Ma è anche una prassi che impegna i membri del gruppo a definire il focus con maggior precisione, tenendo conto di più vertici di osservazione. È quanto accade ad esempio nel lavoro d’équipe, dove la condivisione dei compiti spesso attraversa fasi di conflittualità, di negoziazione degli obiettivi, in una logica che solitamente offre una maggiore complessità rispetto a quanto accade con progetti di breve respiro. Ma quando lo staff lavora bene, i risultati sono incredibilmente superiori.

Diceva Walt Disney:

When we opened Disneyland, a lot of people got the impressions that

it was a get-rich-quick thing, but they didn’t realize that behind Disney-

land was this great organization that I built here at the Studio, and they

all got into it and we were doing it because we loved to do it.

(Quando abbiamo aperto Disneyland, molti ebbero l’impressione

che fosse un mezzo per fare soldi velocemente, ma non si rendevano

conto che dietro a Disneyland c’era questa grande organizzazione

che ho costruito qui agli Studio, e che tutti lavoravano per questo e

lo stavamo facendo perché amavamo farlo.)

E’ quindi evidente che lavorare in gruppo può essere molto vantaggioso, ma può portare anche alla deriva.
Credo che cruciale sia la presenza di un valido team-leader.
Ma di questo parleremo un’altra volta.

Barbara Rossi, psicologa psicoterapeuta

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